Davide Laricchia: una pennellata di sensibilità mediterranea

Veduta di Capri paesaggio caprese
www.davidelaricchia.com

 

Davide Laricchia (www.davidelaricchia.com) nasce figlio d’arte:

intraprende infatti giovanissimo la carriera pittorica accostandosi alla Scuola paterna di Vincenzo Laricchia (www.vincenzolaricchia.com).

L’esperienza e l’amore per la natura, soprattutto per il mare, si rivelano presto con chiarezza.

La sua particolare sensibilità verso il mondo si evince chiaramente dalla luminosità delle sue opere: solarità napoletana a tratti melanconica (tramonti, chiari di luna).

Le acque cristalline ed i paesaggi arborei sono anch’essi un riflesso della “mediterraneità” dell’artista che si addentra nella natura con un sorprendente crescendo di emozioni….

 

L’ARTE DI GUARDARE

Cos’è diventato, al giorno d’oggi, il guardare?

Se tentassimo di chiedere a una qualsiasi persona come si guarda il cielo o il mare, o più semplicemente una tela, probabilmente risponderebbe che si guarda con gli occhi. Un errore comune. Con gli occhi si vede, ma non si guarda.

 

Lo sguardo è una percezione extrasensoriale, si potrebbe dire, perché attraverso il guardare entrano in consonanza tutti i sensi. E non solo i cinque  sensi, ma anche il sesto sesto, quello della durata, della memoria; quel senso che si insinua nel ricordo e che ci dà la possibilità di richiamarlo in ogni momento.

 

Guardare uno squarcio di cielo, la luna, una tela è un’esigenza profonda che nasce proprio dal bisogno di sentire il tempo, la durata.

Artisti come Van Gogh, Monet, Renoir, Cézanne, Manet, Munch e altri ancora, sono riusciti a sentire il tempo, lo hanno guardato nel suo fluire e lo hanno fermato sulla tela.

 

Ma come Van Gogh ha guardato IL CIELO STELLATO? Con l’anima di chi non teme il guardare, ma lo affronta; con lo spirito di chi non trattiene un’emozione, ma la libera caoticamente facendola danzare tra gli occhi e la pelle, regalandosi un brivido d’infinità. Questo è il guardare. E allora gli occhi dell’uomo non devono mai fermarsi al puro strato sensibile, ma andare oltre, nell’aldilà, nello spazio buio dell’interiorità. Questo è il segreto dell’arte, del creatore, di chi ama e di chi vuole essere trasmesso e di chi vuole trasmettere.

Come mi riesce difficile vedere ciò che è davanti ai miei occhi! Scrive Wittgenstein  in Pensieri diversi,alludendo proprio all’impossibilità di lasciarsi andare all’ignoto, all’invisibile, a quell’alone dorato che avvolge le cose rendendole magiche e non solo funzionali. Ma l’occhio che guarda non deve essere razionale, terreno, pregiudizievole e convenzionale. L’occhio che guarda deve essere piuttosto passionale, libidico, tremante e trepidante. L’occhio che guarda deve essere sinestetico e ammaliante; deve raccogliere in sé una malinconica felicità affinché possa aprirsi il tempo dell’eterno finito.