Cos’è diventato, al giorno d’oggi, il guardare?

Se tentassimo di chiedere a una qualsiasi persona come si guarda il cielo o il mare, o più semplicemente una tela, probabilmente risponderebbe che si guarda con gli occhi. Un errore comune. Con gli occhi si vede, ma non si guarda.

Lo sguardo è una percezione extrasensoriale, si potrebbe dire, perché attraverso il guardare entrano in consonanza tutti i sensi. E non solo i cinque  sensi, ma anche il sesto sesto, quello della durata, della memoria; quel senso che si insinua nel ricordo e che ci dà la possibilità di richiamarlo in ogni momento.

Guardare uno squarcio di cielo, la luna, una tela è un’esigenza profonda che nasce proprio dal bisogno di sentire il tempo, la durata.

Artisti come Van Gogh, Monet, Renoir, Cézanne, Manet, Munch e altri ancora, sono riusciti a sentire il tempo, lo hanno guardato nel suo fluire e lo hanno fermato sulla tela.

Ma come Van Gogh ha guardato IL CIELO STELLATO? Con l’anima di chi non teme il guardare, ma lo affronta; con lo spirito di chi non trattiene un’emozione, ma la libera caoticamente facendola danzare tra gli occhi e la pelle, regalandosi un brivido d’infinità. Questo è il guardare. E allora gli occhi dell’uomo non devono mai fermarsi al puro strato sensibile, ma andare oltre, nell’aldilà, nello spazio buio dell’interiorità. Questo è il segreto dell’arte, del creatore, di chi ama e di chi vuole essere trasmesso e di chi vuole trasmettere.

Come mi riesce difficile vedere ciò che è davanti ai miei occhi! Scrive Wittgenstein  in Pensieri diversi, alludendo proprio all’impossibilità di lasciarsi andare all’ignoto, all’invisibile, a quell’alone dorato che avvolge le cose rendendole magiche e non solo funzionali. Ma l’occhio che guarda non deve essere razionale, terreno, pregiudizievole e convenzionale. L’occhio che guarda deve essere piuttosto passionale, libidico, tremante e trepidante. L’occhio che guarda deve essere sinestetico e ammaliante; deve raccogliere in sé una malinconica felicità affinché possa aprirsi il tempo dell’eterno finito.

Di Valentina Mascia

Io sono una selva e una notte di alberi scuri, ma chi non ha paura delle mie tenebre troverà anche pendii di rose sotto i miei cipressi.

Un pensiero su “L’ARTE DI GUARDARE”

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